La Regina è morta. Viva la Regina
Durante le recenti vacanze di Natale, sui social media è apparsa una campagna di disinformazione che, con l’hashtag #mediablackout, sosteneva la morte della regina Elisabetta II, arrivando persino in cima ai trend di Twitter nel Regno Unito.
Un recente post sul blog della BBC ha ricostruito l’intera vicenda, insieme a una cronologia dell’attacco e a informazioni sugli account coinvolti. In particolare, è stato utilizzato uno screenshot falso di un account Twitter della BBC e la bufala è stata diffusa da uno specifico account filocremlino. Come afferma il blog della BBC, “Un account è particolarmente influente: la biografia del profilo di “Ian56” (@ian56789 su Twitter) dice che è un ‘Sostenitore del Buon Senso & della Carta dei Diritti. Trader di borsa. Analista politico. Diffonde informazioni. Denuncia la disinformazione nei media.’ L’account pubblica messaggi filorussi, pro-Donald Trump, anti-occidentali e contrari al libero scambio a più di 23.000 follower”.
Questo schema di eventi richiama un precedente attacco informativo dell’11 settembre 2014, quando centinaia di account Twitter iniziarono a diffondere la notizia di un disastro in un impianto chimico in Louisiana. L’hashtag #ColumbianChemicals presentava molti presunti testimoni oculari del disastro e persino uno screenshot del sito web della CNN con la conferma dell’incidente.Presto, è apparso su YouTube un video in cui l’ISIS sembrava rivendicare la responsabilità.
C’era però un solo “ma”: proprio come nella storia sulla regina Elisabetta, non era successo niente del genere. Lo screenshot della CNN era falso, così come i cloni dei siti della TV locale della Louisiana e dei giornali che confermavano l’esplosione. «Una campagna di disinformazione altamente coordinata, che coinvolgeva decine di account falsi che hanno pubblicato centinaia di tweet per ore, prendendo di mira un elenco di persone scelto con precisione per generare la massima attenzione» – è così che Adrian Chen ha descritto l’evento nel suo report investigativo per il NY Times. Secondo lui, questa storia era opera di la troll factory di San Pietroburgo.

Immagine da BBC.com