Figura della settimana: 43
Dal 2016, almeno 43 paesi hanno proposto o attuato misure volte a contrastare le campagne di influenza sui social media.
Lo afferma uno studio del NATO Strategic Communications Centre of Excellence, i cui autori osservano che nuovi approcci per affrontare la disinformazione stanno “fiorendo” mentre gli sforzi online per manipolare l’opinione pubblica diventano una “pressante preoccupazione di politica pubblica”.
Lo studio, intitolato “Risposte dei governi all’uso malevolo dei social media“, suddivide le nuove normative in 10 categorie: rimozione di contenuti da parte delle piattaforme di social media, trasparenza delle inserzioni online, protezione dei dati, criminalizzazione della disinformazione, ampliamento della definizione di contenuti illegali, alfabetizzazione mediatica e organismi di vigilanza, controlli giornalistici, inchieste parlamentari, creazione di unità di cybersicurezza e iniziative di monitoraggio.
Irlanda, Italia e Australia, per esempio, sono tra i paesi che hanno introdotto sanzioni penali per la produzione o la condivisione di disinformazione, oppure per l’organizzazione di una campagna di bot mirata a una questione politica.
Tra le altre misure, la Croazia ha recentemente finanziato una nuova iniziativa di alfabetizzazione mediatica; il Congresso degli Stati Uniti sta indagando sull’interferenza russa nelle elezioni statunitensi del 2016.elezioni presidenziali, e i Paesi del G7 stanno sviluppando un Meccanismo di Risposta Rapida per combattere la disinformazione e le interferenze straniere nelle elezioni.
Gli autori, tuttavia, avvertono che le contromisure adottate negli ultimi due anni sono spesso “frammentarie, troppo coercitive e inadeguate” per limitare i contenuti dannosi online.
Essi sottolineano che la maggior parte delle iniziative governative finora si è concentrata principalmente sulla regolamentazione della libertà di espressione sui social media, piuttosto che sull’affrontare i problemi sistemici più profondi che stanno alla base dei tentativi di influenzare l’opinione pubblica online.
Alcuni governi autoritari, affermano, hanno anche cooptato la lotta contro la disinformazione per introdurre legislazioni volte a rafforzare la loro presa sulla sfera digitale e a legittimare la censura online.
Il rapporto, invece, esorta i responsabili politici a richiedere maggiore responsabilità e cooperazione da parte delle piattaforme di social media.
“Una questione centrale è la mancanza di disponibilità delle piattaforme di social media a impegnarsi in un dialogo costruttivo man mano che la tecnologia diventa più complessa”, osservano gli autori.
Il rapporto incoraggia i governi ad allontanarsi da misure volte a controllare i contenuti online e a lavorare insieme per “sviluppare standard globali e le migliori”pratiche per la protezione dei dati, la trasparenza algoritmica e la progettazione etica dei prodotti.”
L’Unione europea ha intensificato i propri sforzi per contrastare la disinformazione e a dicembre ha presentato un Piano d’azione volto ad affrontare la disinformazione online nei paesi dell’UE e oltre.
Il Piano d’azione garantirà inoltre che le aziende tecnologiche rispettino il Codice di condotta della Commissione europea, un documento che impegna le piattaforme online ad aumentare la trasparenza della pubblicità politica e a ridurre il numero di account falsi.
Le piattaforme sono tenute a riferire alla Commissione su base mensile in vista delle elezioni europee di maggio e rischiano interventi regolatori se non rispettano i propri impegni.
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