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Offesa su offesa: l’appropriazione culturale russa degli artisti ucraini

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I cliché sui paesi, le loro culture e le loro storie influenzano il modo in cui vediamo e giudichiamo il mondo. Per questo motivo, il soft power è importante a livello globale. Eppure, la storia è più complessa dei cliché. Per esempio, la cultura russa fa parte della cultura europea. Ma è anche il prodotto di un impero composto da molteplici influenze e da persone di talento di molte nazionalità, non solo russe.

Eccezionalismo tossico con un altro nome

Il mito dell’anima russa è ancora forte nei paesi occidentali, nonostante sia un concetto sfumato e a tratti pretestuoso. Per esempio, il film statunitense del 2009 Cold Souls pretendeva di descrivere in che modo le grandi e espressive anime russe siano diverse dalle piccole anime occidentali. In questo racconto, un’anima russa è pura, con un’infinita capacità di soffrire e di vivere pienamente i sentimenti. Ma sotto la patina di un’apparente profondità morale e di un poetico struggimento, l’idea della “anima russa” nasconde anche un aspetto di eccezionalismo tossico e imperialista.

Un dipinto può dire mille parole fuorvianti

Alcune mostre d’arte cercano di consolidare questa idea dell’anima russa nelle menti occidentali. Un esempio eloquente è stata la mostra 2021-2022 di Il’ja Repin al Petit Palais di Parigi. La mostra era stata originariamente curata in Russia ed è arrivata in Francia dopo una tappa in Finlandia.Nel complesso, la sua rappresentazione di Repin ha esagerato lo stereotipo dei russi come un popolo semplice, obbediente, devotamente ortodosso e beatamente non occidentalizzato, con anime grandi e sensibili. Ma, cosa più allarmante, la mostra ha anche cercato di fuorviare il pubblico sulle origini del pittore e sul patrimonio culturale che egli rappresentava.

Per esempio, la mostra presentava il pittore come un ingenuo campagnolo, nato in una famiglia di servi della gleba in un piccolo villaggio, che inizialmente studiò la pittura di icone. Ma questa rappresentazione è fuorviante. La Olga Medvedkova, nata a Mosca, direttrice della ricerca presso il Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica (CNRS) in Francia, ha offerto una confutazione punto per punto delle sue affermazioni. La sua critica tagliente merita di essere citata ampiamente:

Abbiamo quasi sobbalzato a ogni frase. No, Repin non è nato in «una famiglia di servi della gleba»! Assolutamente no. Suo nonno paterno era un cosacco… No, Chuguyev, dove nacque Repin, non è e non è mai stato un «villaggio», ma una città del Governatorato di Kharkiv. In generale, Repin era fortemente legato alle sue origini ucraine, dipingendo spesso quadri su soggetti ucraini e «cosacchi»… No, Repin non iniziò imparando lì l’arte delle icone, ma studiò dapprima alla Scuola dei Topografi Militari. No, poi non studiò alla Scuola di Disegno di Chuguyev, ma a quella di St.Pietroburgo dopo il suo trasferimento… Perché tanta imprecisione, tante informazioni false, quando la biografia di Repin è così ben studiata? Perché rappresentare Repin come un contadino-servos della gleba russo, un maestro pittore di icone? Perché tutti questi cliché? Probabilmente per amore della “Russia”. Ma di quale Russia?

Appropriazione culturale o distruzione deliberata del patrimonio ucraino?

In effetti, l’arte di Repin è più complessa di qualsiasi cliché e resiste ai tentativi di promuovere un’idea sciovinista di “Russia”. La sua vita mostra il suo attaccamento alle radici ucraine e il suo disgusto per i progetti imperialisti russi o sovietici. Questo articolo del 2023 sul Kyiv Times, per esempio, racconta come Repin fosse alienato dall’Ukaz di Ems del 1876. Si trattava di un decreto imperialista firmato dallo zar Alessandro II che vietava l’uso della lingua ucraina, tra l’altro, nella stampa di nuovi documenti e nella messa in scena di nuove opere teatrali.

In risposta, Repin dipinse “Verchornysti” – una splendida ed esuberante rappresentazione del cosiddetto festival agricolo ucraino – nel 1881. Perché nessuno dubitasse delle sue intenzioni e delle sue posizioni sui tentativi degli imperialisti russi di sradicare la cultura ucraina, firmò il suo nome sul dipinto in ucraino.

I musei di tutto il mondo ora etichettano Il’ja Repin come ucraino.Questo atto, naturalmente, irrita le cosiddette pubblicazioni russe “anti-Fake” che sostengono che, poiché l’Ucraina non era uno Stato indipendente nel 19° secolo, gli ucraini all’epoca non esistevano come nazione.

Un impero che erode le nazionalità

In realtà, l’Impero russo era composto da molte nazionalità. La creatività artistica della capitale San Pietroburgo deve molto a esse, e agli ucraini in particolare. L’Unione Sovietica celebrò Repin come un famoso maestro del realismo e lo descrisse come russo. Ma, come riferisce anche l’articolo del Kyiv Times, Repin trascorse gli ultimi decenni della sua vita in Finlandia e rifiutò di trasferirsi in Russia dopo l’indipendenza finlandese. Il governo sovietico tentò almeno tre volte di riportare Repin dalla Finlandia, con Stalin stesso che fece un tentativo. Tutti furono vani.

Il caso di Repin non fu un esempio isolato. Ivan Aivazovsky fu un altro pittore che il soft power russo russificò per le proprie esigenze. Ucraino con radici armene, Aivazovsky parlava ucraino e polacco, oltre al russo. Benché noto soprattutto per le sue opere marine, dipinse anche molti altri paesaggi, anche se le narrative di disinformazione di Mosca hanno meno interesse per essi.

Non solo dipinti

Recentemente, l’appropriazione culturale da parte della Russia di artisti e opere ucraine è continuata.I propagandisti russi radicali trollano regolarmente artisti ucraini e altre figure culturali prendendo famose canzoni filo-ucraine e adattandole con testi o immagini nazionaliste russe. Per esempio, una celebre canzone del gruppo polacco Enej, ‘Near the Poplar’, parla dei difensori ucraini. Artisti colleghi come Shumei ne hanno eseguito delle cover, rispettando il copyright. Ma un artista russo l’ha rubata.

Altri casi di furto abbondano. Un provocatore russo ha sfacciatamente saccheggiato la canzone satirica ‘Vanka-vstanka’ di Masha Bondarneko, che prendeva in giro il militarismo russo. Un membro del Battaglione Sparta ha trasformato ‘Hear the Anthem’, una canzone sul massacro di Bucha del rapper ucraino Skofka, in una canzone che elogia l’Esercito russo. Un’altra canzone ancora – ‘Plyve Kacha’, sui caduti della Rivoluzione della Dignità – è diventata un video musicale girato ad Azovstal da Akim Apachov, un propagandista e rapper filo-russo. La canzone di Scriabin ‘Mom’ è stata adattata in russo senza menzionare l’opera originale.

Solo la Russia può fare grandi cose

Artisti e propagandisti russi si sono appropriati di molte altre canzoni, talvolta rovesciandone completamente il significato per servire obiettivi imperialisti contro l’Ucraina.È disponibile perfino un elenco. Il Centro ucraino per il contrasto alla disinformazione ha realizzato una raccolta di iconiche canzoni sovietiche tradotte dall’ucraino al russo. Oggi molte persone ancora non si rendono conto che originariamente erano ucraine. Abbracciano il cliché secondo cui la grande cultura russa produce canzoni straordinarie, mentre paesi come l’Ucraina o la Bielorussia avrebbero poca creatività e sarebbero privi di cultura. Questo stereotipo è sbagliato.

Dobbiamo riconoscere che la Russia promuove deliberatamente cliché culturali così dannosi come forma di manipolazione. Certo, la storia culturale russa include molti grandi artisti. Ma a volte ciò che si presume sia una celebrazione dell’arte russa è in realtà un tentativo di reprimere, o addirittura cancellare, l’identità culturale di ucraini, armeni, lettoni, estoni, georgiani e di molti altri popoli che hanno sofferto per mano dell’espansionismo imperiale russo. Non lasciatevi ingannare.

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