Un nuovo studio mappa le cause profonde della disinformazione nei Balcani occidentali e i modi per affrontarle
L’anno scorso, il 3 dicembre, è stato pubblicato lo studio “Mappare le fake news e la disinformazione nei Balcani occidentali e individuare modi per contrastarle efficacemente”. Esso considera la disinformazione nei Balcani occidentali più come un sintomo che come una causa delle fratture nella coesione sociale e nella governance democratica. Ciò significa che le divisioni etniche o settarie già esistenti nelle società, la mancanza di fiducia del pubblico, ma anche il dominio politico di un gruppo o una leadership debole rappresentano tutte vulnerabilità che possono essere sfruttate dagli autori della disinformazione.
Lo studio è stato realizzato da ricercatori esterni e commissionato dalla Commissione per gli affari esteri del Parlamento europeo[1]. La ricerca ha mappato le principali tendenze e i modelli della disinformazione e delle attività di contrasto alla disinformazione in tutta la regione nel periodo dal 2018 al 2020.
Secondo la ricerca, le divisioni nelle società e le debolezze nella governance causano anche una maggiore ricettività nei Balcani occidentali e aumentano le probabilità che la disinformazione abbia effettivamente un impatto sulle convinzioni delle persone. Per esempio, quando i cittadini ritengono che le elezioni non portino reali cambiamenti nelle politiche, è più probabile che votino sulla base dell’identità e dell’emozione, piuttosto che degli interessi materiali.
Lo studio ha combinato un’analisi della ricerca pubblicata con una serie di casi di studio originali.Ha esaminato 74 campagne di disinformazione confermate condotte negli ultimi due anni nei sei Paesi della regione.

Governance debole
Secondo la ricerca, sia attori interni sia esterni utilizzano la disinformazione per minare la credibilità dell’Unione europea nei Balcani occidentali. Tra gli attori esterni, la Russia è quella più dominante, mentre sono state osservate anche influenze da parte di Cina e Turchia – in misura minore.
Lo studio ha rilevato che un cambiamento della politica americana nella regione, che si è allontanata dagli obiettivi di politica dell’UE, con un divario transatlantico aperto dall’Amministrazione Trump, ha creato nuove opportunità per Mosca, Pechino e Ankara, così come per attori interni, di usare la disinformazione per indebolire l’influenza europea.
Gli autori dello studio sostengono che la crisi da COVID-19 e le sue conseguenze potrebbero approfondire ulteriormente sfiducia e divisioni nei Balcani occidentali, aumentando quindi le vulnerabilità alla disinformazione. La mancanza di una credibile prospettiva di allargamento dell’UE potrebbe indebolire ulteriormente la governance e la stabilità nei Balcani occidentali e quindi aumentare le possibilità di screditare l’UE.
Sebbene lo studio abbia individuato molte iniziative degne di nota per contrastare la disinformazione – come il fact-checking, l’educazione pubblica/lo sviluppo delle capacità e il supporto ai media – ha rilevato che questi sforzi sono ancora principalmente guidati dai donatori e non rispondono pienamente alle esigenze di contrastare la disinformazione.Nel corso dello studio è stata individuata la necessità di una maggiore ricerca di carattere socio-scientifico sull’impatto della disinformazione sulle persone nei Balcani occidentali. I ricercatori invitano pertanto gli attori dell’UE a instaurare dialoghi con la società civile dei Balcani occidentali e con i donatori internazionali per coordinare gli sforzi anti-disinformazione nella regione e rafforzare le competenze regionali.
In conclusione, lo studio sostiene che l’Unione europea dovrebbe concentrarsi sul ruolo che può svolgere nel rafforzare la qualità della democrazia e della governance nei Balcani occidentali, in quanto il più potente potenziale baluardo contro la disinformazione.
[1] Gli autori dello studio sono Samuel Greene, Gregory Asmolov, Adam Fagan, Ofer Fridman, Borjan Gjuzelov. Il contenuto del documento è di esclusiva responsabilità di tali autori e qualsiasi opinione ivi espressa non rappresenta necessariamente la posizione ufficiale del Parlamento europeo né delle istituzioni europee.